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12 Hotel abbandonati con una storia da raccontare pt.2

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Benvenuti nella seconda parte di urban exploration virtuale alla ricerca di hotel abbandonati e delle vicende che li hanno interessati in vita e post mortem.

Hotel Ryugyong

Frutto dell’ambizione politica di Kim Il-sung, questa piramide di cemento si staglia altissima sulla capitale della Corea del Nord, Pyongyang. Il dittatore, invidioso del successo della nazione gemella che nel 1988 avrebbe ospitato le Olimpiadi, attinge ai finanziamenti del blocco sovietico per costruire quello che sarebbe stato l’hotel più alto del mondo (almeno fino al 2009 quando il primato passa ad una struttura di Dubai).

Fin da subito le cose non sono filate secondo le previsioni. L’URSS, solo un anno dopo, iniziò un processo di autodistruzione che comportò, inevitabilmente, un drastico taglio dei fondi per l’ambizioso progetto. La nazione da sola non poteva farcela, nonostante ci abbia provato fino al 1992, anno di grave carestia che si portò via quasi un milione di abitanti.

Dal 1992 al 2008 il gigante rimase assopito e completamente esposto ai fattori atmosferici, che poterono solo occupare abusivamente l’edificio senza arrecargli particolare danno. Quando si fermarono i lavori, infatti, lo lasciarono completamente spoglio, privo di arredamento e di finiture, un misero scheletro di una potenza mai affermata. La delusione fu tanto cocente che il governo cercò di cancellarlo dalle mappe e dalla coscienza comune, nonostante negli anni Ottanta fosse addirittura comparso sui francobolli.

Un nuovo tentativo viene fatto da Kim Jong-il, figlio dell’ideatore, che affida alla Orascom, società impegnata nella diffusione della rete 3G nel paese, il compito di apportare delle migliorie; così entro il 2011 venne rimossa la gru che sormontava la punta ed aggiunti i vetri. Si trattò solo di un intervento apparente dal momento che la desolazione continuava ad abitare il Ryugyong.

Da allora si è sentito diverse volte parlare di un’apertura ufficiale ma sono molti gli ostacoli da tenere in considerazione, primo fra tutti quello di un design antiquato e fuori moda.

L’hotel, secondo il progetto originario, doveva:

  • elevarsi fino a 330 m;
  • dividersi in 105 piani;
  • ospitare 300 camere;
  • offrire 5 ristoranti panoramici su piattaforma rotante.

La piramide oggi è, per volere dell’attuale dittatore Kim Jong-un, uno strumento di propaganda illuminato al LED.

Mahé Beach Hotel

Prendiamo un aereo e ci spostiamo dalla Corea del Nord alle Seychelles atterrando a Mahé, l’isola che ospita la capitale Victoria. E’ proprio qui, tra le acque cristalline dell’Oceano Indiano, che incontriamo un resort di lusso caduto in disgrazia.

Appartenente originariamente alla famosissima catena alberghiera Sheraton, la struttura (che oggi definiremmo senza mezzi termini “ecomostro”) s’insedia sulla roccia calcarea di Port Glaud, uno dei punti mare isolani più belli. Diversi anni fa la proprietà è passata nelle mani di un gigante dell’hotellerie internazionale, il quale però non ha saputo sfruttare il nuovo acquisto. Al posto che dargli nuovo lustro, infatti, ha preferito lasciarlo lentamente cadere in disgrazia mentre poco lontano costruiva un nuovo hotel.

Non è semplice rintracciare delle notizie attendibili sulla sua storia ma qualche approfondimento è d’obbligo. Dovete sapere, ad esempio, che durante gli anni d’oro molti sono stati gli ospiti d’onore che hanno varcato le sue porte: Shirley Bassey negli anni ’70 si è esibita più volte nella discoteca della struttura (Copacabana), il presidente della nazione Sir James Mancham vi ha pernottato frequentemente mentre nel 1998 le bellissime aspiranti al titolo di Miss Mondo la hanno letteralmente invasa in occasione del concorso.

Tutto questo fa pensare che quello che noi vediamo come un relitto ingombrante, in passato doveva apparire sotto un’altra luce. Cercherei, quindi, di fotografarlo con il filtro del passato. Uno scatto dalla finestra con vista, uno sul bordo della piscina a sfioro (una delle prime della storia), un altro nei corridoi accarezzati dai preziosi abiti delle ospiti ed ancora uno al soffitto ligneo del ristorante “Gran Kaz” (bel nome).

Molto di ciò che ho appena inquadrato non esiste più, portato via dagli abitanti dell’isola e dagli affezionati ex dipendenti; l’arredamento è stato il primo a sparire, seguito da tappezzerie e decorazioni a muro. Sebbene adesso un imperioso divieto d’accesso campeggi sopra i cancelli del resort, molti sono i visitatori che, senza fare il check in, si aggirano per lo stabile alla ricerca di una storia. Alcuni dicono di averla trovata e che narri di fantasmi…

Grand Hotel S. Pellegrino Terme

Malgrado non sia il Grand Hotel di San Pellegrino Terme ad aver ispirato Wes Anderson per uno dei suoi massimi capolavori, possiamo rintracciarvi alcuni elementi che il regista certamente apprezzerebbe: simmetria, austerità e toni pastello. Sono queste le 3 caratteristiche che continuano ad affascinare chi, per la prima volta, si imbatte nei suoi 128 m di lunghezza e 47 m di altezza.

Lo stile architettonico si deve alla sapiente collaborazione di Luigi Mazzocchi e Romolo Squadrelli, chiamati nel 1903 dalla società anonima Grandi Alberghi per donare alla città un lussuoso complesso, che divenne iconico negli anni a seguire.

Completato in appena 22 mesi, appaiono subito chiari i riferimenti alle strutture ricettive tardo ottocentesche ed ai castelli francesi. Il liberty, dal canto suo, è onnipresente, dagli stucchi ai lampadari, dalle sculture al sapiente uso del ferro. L’esterno è una meraviglia alla portata di tutti, lo stesso non si può dire per l’interno, riservato ad un élite ristretta in cerca di comfort. Per esempio, le oltre 200 stanze erano tutte dotate di acqua potabile, luce elettrica e telefono, una vera chicca.

Ma più che le camere furono gli ambienti comuni a sorprendere i facoltosi avventori: la scalinata a tenaglia in marmo, la sala da lettura, quella da gioco, il salone con la straordinaria capienza di 300 commensali e la graziosa buvette (angolo bar per dirla in parole povere). Tutto fu studiato per dare un senso di potenza ed eleganza.

Hanno firmato il libro degli ospiti personaggi come le regine Margherita di Savoia (1905) ed Elena (1928), il generale Cadorna, Quasimodo, Montale, Fellini, Bartali, Coppi, Mascagni, l’Inter di Herrera ed il Milan di Gren, re Faruk d’Egitto, Tognazzi e Muti. Nessuno, a quanto pare, poteva resistere all’eleganza dell’hotel di San Pellegrino Terme.

A quanto pare, però, i costi di gestione dell’impianto superavano di gran lunga i guadagni e ben presto la parabola iniziò a tracciare una curva discendente. L’agonia si protrasse per diverso tempo finché, nel 1979, arrivò la chiusura definitiva.

Nel 2016 sono intrapresi dei lavori di ristrutturazione che fanno sperare nel miracolo di una riapertura ma, anche in questo caso, tra stop e riprese non si è ancora delineato con chiarezza il futuro del venerando stabile.

Büyükada Rum Orphanage

Siamo a Büyükada, una delle 9 Isole dei Principi a largo della costa di Istanbul, per ammirare l’edificio in legno più grande d’Europa e secondo al mondo. Venne costruito nel 1899, sotto la supervisione dell’architetto Alexandre Vallaury, per volere dell’Internationale des Wagons-Lits, compagnia ferroviaria che gestiva il traffico passeggeri dell’Orient Express.

Il Rum Orphanage, però, non fu mai impiegato secondo il disegno originario ovvero come hotel e casinò di lusso dal momento che trovò una forte opposizione nelle autorità. Fu lo stesso sultano  Abdul Hamid II ad impedirne l’apertura costringendo i committenti ad una vendita prematura nel 1903. Acquistato dalla moglie di un importante banchiere greco e dato in concessione al Patriarcato ecumenico di Costantinopoli, la struttura aprì i battenti come orfanotrofio.

Con i suoi 20000 mq, divisi in 206 camere da letto, esso lavorò a pieno regime dall’alto di una collina privilegiata fino al 1964. La maggior capienza registrata conta 1000 ragazzi all’interno dell’istituto contemporaneamente.

Dalla chiusura ad oggi nulla è stato fatto per preservare questo gioiello della Belle Époque, sensibile più di altri al decadimento strutturale. Sappiamo, infatti, che il legno è uno dei materiali più corruttibili dagli agenti atmosferici e, per questo, necessita di costante manutenzione.

Mi auguro che Istanbul capisca l’importanza di conservare non solo un edificio storico ma soprattutto uno dei pochi sopravvissuti ad incendi e distruzioni, prima che sia troppo tardi. Europa Nostra, dal canto suo, ha provveduto ad evidenziare la criticità della situazione inserendolo nel rapporto dei 7 monumenti più a rischio del 2018.


Ti sei perso la prima parte? Clicca qui per scoprire cosa ti sei perso!

Continua a leggere: 12 Hotel abbandonati con una storia da raccontare pt.3

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