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URSS: 10 luoghi abbandonati che parlano di guerra e politica

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L’Unione Sovietica ha costruito la più potente macchina bellica mai posseduta da una potenza aggressiva.

Richard Nixon

Partendo dalle parole del 37° presidente americano, possiamo iniziare il nostro itinerario alla scoperta dei grandi giganti silenziosi che l’URSS ha lasciato dietro di sé dopo il suo definitivo scioglimento, iniziato nel 1989 dopo la caduta del Muro di Berlino.

Incontreremo lungo il cammino relitti, edifici in stato di totale abbandono, basi militari dimenticate e fantasmi di un’ideologia controversa.

Cosmodromo di Bajkonur

Un luogo simbolo dell’ingegneria aerospaziale russa, un punto di partenza verso l’universo, tutto questo è il cosmodromo di Baikonur. Il suo fascino affonda le radici nella storia: Yuri Gagarin dormì qui la notte tra l’11 e il 12 aprile 1961 prima di divenire il primo uomo nello spazio, qui il progetto Sputnik ebbe il suo primo successo e qui, purtroppo, Laika salutò per l’ultima volta la sua terra.

Nell’immensa desolazione della steppa Kazaka è stato possibile raggiungere tanti traguardi importanti, oggi ricordati attraverso un museo a cielo aperto che permette di ripercorrere i successi conseguiti e le fasi ingegneristiche che si sono succedute nel tempo.

Nonostante il sito sia accessibile e ben mantenuto ci sono diverse zone d’abbandono che ci permettono di osservare anche il volto meno scintillante e più veritiero della base, fondata a metà degli anni 50; particolarmente interessante è l’impianto che avrebbe dovuto mandare in orbita il sogno sovietico, lo shuttle Buran (parcheggiato in giardino), che si articola in una rampa di lancio e un bunker con annessa sala di controllo.

Una piccola curiosità: una parte del cosmodromo è tutt’ora attiva ed affittata alla Russia fino al 2055 per un valore di 115 milioni di dollari.

Monumento di Buzludzha

Sull’omonima montagna, il monumento di Buzludzha si erge maestoso a memoria di un orgoglio politico ormai dimenticato. Costato il corrispettivo di 35 milioni di euro e costruito in quasi 10 anni (tra il 1973 e il 1981), il complesso comunista ha avuto vita breve; il suo abbandono, infatti, risale al 1989 quando il regime bulgaro cadde.

Non è un caso che sia questo il luogo scelto per celebrare un’ideale di vittoria e libertà: tornando indietro nel tempo, nel lontano 1868, scopriamo che proprio qui, lungo la catena dei Balcani, la Bulgaria sconfisse l’inarrestabile Impero Ottomano.

Oggi, a 1400 s.l.m., non resta che un ricordo maestoso in piena decadenza, devastato dai vandali e dalle intemperie. Nonostante le difficili condizioni in cui versa, questo resta uno dei più affascinanti testimoni di un’epoca apparentemente lontana.

Impressionante l’architettura futuristica, progettata da Georgi Stoilov e realizzata grazie alle donazioni spontanee dei fedeli al partito ed alla vendita di francobolli, e la monumentalità che sembra parlare ai pochi coraggiosi visitatori. Tra le mura circolari del centro congressi non si respira solo aria di comunismo ma anche di amor proprio, come dimostrato dai marmi e dai mosaici che ritraggono la storia locale dal Medioevo al Novecento.

Cimitero dei sottomarini Vladivostok

Fuori dalla base navale di Vladivostok giacciono come fantasmi i relitti di alcuni sottomarini di classe Foxtrot (esatto, come il ballo americano!). Non si conosce molto sulle vicende che hanno portato alla loro cessazione di servizio ma è plausibile ipotizzare che siano stati dismessi con il termine della Guerra Fredda e l’affermazione di nuove tecnologie.

Questi mezzi militari non hanno mai goduto di grande attenzione mediatica, forse per la minore spettacolarità d’azione rispetto ai bombardieri, ma ciò non fa altro che stimolare una naturale curiosità in chi ha la fortuna di imbattersi in questi giganti del mare.

Nello specifico questi relitti a propulsione diesel-elettrica rientrano nel progetto sovietico 641, che entrò in servizio nel 1958. Anche in questo caso è l’ultimo decennio del XX secolo a chiudere definitivamente un capitolo, radiando i suoi veterani.

Qualche dato interessante: il primo esemplare rimase sommerso per un massimo di 5 giorni con a bordo 78 membri dell’equipaggio (una persona in più della capacità di carico standard).

Zagorsk-6 Zagorsk-7

Collocati ai margini della città di Serghiev Posad, a 65 km circa da Mosca, sorgono due centri sperimentali Zagorsk-6 e Zagorsk-7. Il loro compito? Studiare e produrre armi batteriologiche e radioattive.

Lavorare a uno di questi progetti voleva dire acquisire uno status civile superiore in cui benessere e segretezza divenivano una quotidianità inedita per una nazione prevalentemente povera; non è un caso che nei negozi militari di queste aree cercassero di rifornirsi tutti gli abitanti limitrofi, anche saltando la recinzione, attratti dagli scaffali eccezionalmente pieni.

Gli anni 60 hanno visto Zagorsk-6 protagonista di una serie di successi, se così si possono definire: qui sono state messe a punto armi basate sul virus del vaiolo e su ceppi infettivi sudamericani ed africani (tra cui l’Ebola).

Nel 1° gennaio 2001 Zagorsk-7 ha perso il suo status di cittadina segreta, al contrario della gemella che ancora oggi è offlimits ai civili.

Skrunda-1

Tra foreste, fattorie e villaggi colorati, si insedia una delle 40 cittadelle segrete URSS, destinate allo sviluppo militare del regime ed alla sua difesa.

Immersa nel paesaggio bucolico lettone, Skrunda-1 appare come un punto di rottura rispetto all’armonia che la circonda: metalli pesanti, costruzioni che mirano al cielo, caos urbano e radar.

Questa vera e propria città raggiunse i 5000 abitanti nel momento di massimo splendore. Non solo vita militare, dunque, ma anche civile; nonostante l’abbandono e la natura che prepotentemente si è fatta largo per riprendersi ciò che era suo, si possono ancora osservare bunker, fabbriche d’armi, scuole, palestre, alloggi e, addirittura, una discoteca. Il tutto condito con una dose importante di propaganda politica.

Dopo il crollo dell’URSS la Lettonia ha dimenticato per diversi anni questo sito, comportando importanti danni strutturali; incapace di vendere il lotto terriero, di smantellarlo o di ristrutturarlo pare che l’abbia destinato, in parte, all’esercito e, in altra parte, a chiunque ne faccia richiesta per la creazione di nuove realtà imprenditoriali.

Anno in cui Skrunda-1 diviene ufficialmente ghost town: 1999, quando l’ultimo abitante lascia la propria casa.

Duga-3

Ogni radioamatore di vecchia data deve essersi imbattuto almeno una volta nel fastidioso e costante ticchettio che per circa 25 anni ha interferito con le trasmissioni dello spettro HF; il termine comunemente usato per descriverlo è “Woodpeker”, un termine particolarmente azzeccato per descrivere la sua incessante insistenza simile a quella di un picchio sul legno.

Il segnale in questione aveva origine a Chernobyl e rimase un segreto di stato tra i meglio custoditi. Gli stessi abitanti, infatti, non avevano un’idea precisa di cosa accadesse all’interno del perimetro recintato dove si innalzava l’enorme gigante d’acciaio, che si scoprì solo in seguito avere il nome di Duga-3.

Le emissioni radar iniziarono nel 1967 e si esaurirono definitivamente nel 1989 sul finire della Guerra Fredda. Sebbene molte siano state le ipotesi avanzate dalla NATO sulla funzione di questo imponente impianto (interferenze metereologiche? interferenze sulla psiche umana?), il suo reale impiego venne a galla sul finire del Novecento.

Ideata per identificare il lancio di missili balistici a grande distanza, questa costruzione si mostra al presente in tutta la sua imponenza e megalomania.

I numeri del “Picchio Russo” – forse la più grande antenna mai costruita: costo circa 7 miliardi di rubli, 60 tralicci, 150 m d’altezza, 900 m di lunghezza, 10 Hz di segnale.

Base aerea di Vozdvizhenka 

Nel Territorio del Litorale, circondario federale dell’estremo oriente, sorge la base aerea di Vozdvizhenka. E’ proprio la sua posizione a gettare le basi di una storia di scontro e confronto politico da raccontare: questa, infatti, si trova in un punto strategico senza precedenti, al confine con Cina, Nord Corea ed Oceano Pacifico.

Fu d’istanza qui, tra il 1953 ed il 2009, il 444th Berlin Order of Kutuzov 3rd degree and Alexander Nevsky Bomber Aviation Regiment (in genere nel mondo militare più il nome è lungo, più è importante), corpo scelto per portare a termine attacchi aerei nucleari qualora la Guerra Fredda si fosse spostata su questo versante.

In realtà, fortunatamente, questa corsa agli armamenti non sfociò mai nello sgancio di suddette bombe anche grazie alla presenza proprio di Vozdvizhenka: la sua minaccia funse da monito per il mondo, in generale, e per gli Stati Uniti, in particolare, costringendo la controparte ad un accordo (1974, negoziati di Vladivostok).

Oggi all’interno dell’area giacciono senza vita 18 Tu-22M3 che attendono il definitivo smantellamento insieme ad hangar, torri di controllo, piste d’atterraggio e bunker.

Base missilistica di Plokštinė

Nella base di Plokštinė ci troviamo di fronte ad uno dei rarissimi casi di riconversione di tutta l’ex Unione Sovietica. Ciò che un tempo era deputato alla programmazione ed al lancio di missili, oggi è un vivo ritratto di un’epoca di guerra.

Come avrete capito, il suo nuovo lavoro consiste nell’aprire le proprie porte a tutti coloro che desiderano visitare un museo inusuale, in cui la storia non è raccontata attraverso dei cimeli ma dallo stesso contenitore. Per maggiori dettagli, visitare il sito del Cold War Museum.

Capita di rado di trovare le porte aperte quando si pratica Urbex, per questo poter ammirare i silos sottorranei illuminati o leggere didascalie nelle sale di controllo contribuisce a sviluppare una maggiore presa di coscienza di ciò che si sta esplorando.

Top secret: questa base, come molte altre, agiva in gran segreto. Un segreto talmente ben custodito che i missili, destinati a Cuba, venivano caricati solo di notte e le luci spente ad ogni passaggio del convoglio passeggeri sulla linea ferroviaria Vilnius-Klaipėda.

Faro di Aniva

Innegabile il fascino del faro di Aniva, situato sull’omonimo capo a sud-est dell’isola di Sachalin, originariamente una colonia penale. La sua costruzione per mano giapponese risale al 1939, in coincidenza con l’inizio della II Guerra Mondiale, ma già pochi anni dopo torna a sventolare qui la bandiera rossa.

Tenacemente aggrappata a uno sperone di roccia che si getta in mare, questa costruzione a pianta circolare sormontata da una lanterna custodisce una storia interessante sul suo funzionamento.

Viste le difficili condizioni climatiche e la lontananza dalle tradizionali fonti energetiche, si vide presto necessario l’abbandono del faro da parte dell’uomo che venne sostituito da un azzardato sistema automatizzato: il fascio luminoso ed il segnale radio, essenziale per tutelare le navi in transito lungo queste coste frastagliate, furono garantiti dall’adozione di batterie atomiche.

Negli ultimi decenni è sopraggiunto un definitivo abbandono che lascia, oltre agli impianti e agli alloggi, una preoccupante piscina di mercurio da 300 kg.

Dagdizel Plant

Adagiato sulle acque del Mar Caspio, immobile sulle sue fondamenta di metallo e cemento armato, il Dagdizel Plant vigila sulle coste del Dagestan. I 5.200 mq di superficie permettono di intuire, al primo sguardo, l’importanza di questo sito, attivo dal 1939 al 1966.

Chi orgogliosamente ha lavorato all’interno di queste mura era impegnato nello sviluppo di siluri ed altre armi navali, un’attività essenziale per l’affermazione del potere sovietico.

Queste quattro mura galleggianti però custodivano molto altro, un piccolo mondo dotato di tutti i comfort (pavimenti in parquet compresi) tra cui spiccano un hotel, una biblioteca ed un campo da basket.

Sono passati oltre 50 anni dalla sua dismissione ma il Dagdizel Plant, come tutte le altre realtà viste in quest’articolo, continua ad affascinare con il suo volto demodè.


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2 Comments

  1. Che posti spettacolari. Purtroppo non ho mai avuto occasione di visitare luoghi abbandonati, dev’essere una sensazione molto particolare. Il Faro di Aniva è davvero pieno di fascino. La location non è da meno. Complimenti per il post! Mi ha fatto conoscere una nuova prospettiva di viaggio!

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